Buongiorno mondo!
 domenica, 18 ottobre 2009 16:22 commenti


Era una cosa terribile esser burlati così dalla vita, c’era da riderne e da piangerne! O si viveva lasciando giocare i propri sensi, succhiando perdutamente al petto dell’antica Madre Eva: e allora si gustavano bensì piaceri sublimi, ma nulla salvava dalla caducità; si era allora come un fungo nel bosco, oggi rigoglioso e di colori vivaci, domani marcito. Oppure si cercava di difendersi, ci si chiudeva nell’officina e ci si sforzava di costruire un monumento alla vita fugace: e allora bisognava rinunciare alla vita, allora non si era più che strumenti, allora si serviva bensì all’immortalità, ma intanto ci s’inaridiva e si perdeva la libertà, la pienezza, la gioia della vita.

Ah, eppure questa vita aveva un senso soltanto se l’uno e l’altro scopo si potevano raggiungere, se non c’era questa scissione provocata da un arido aut aut! Creare, ma non a prezzo della vita! Vivere, ma senza rinunciare alla nobiltà della creazione! Non era dunque possibile?

Forse c’erano uomini a cui era possibile. Forse c’erano mariti e padri di famiglia, che serbando la fedeltà non perdevano il piacere dei sensi? Forse c’erano sedentari, a cui la mancanza di libertà e di pericolo non faceva inaridire il cuore? Forse. Egli non ne aveva visti ancora.

Pareva che tutta l’esistenza fosse basata sulla duplicità, sul contrasto: donna o uomo, vagabondo o borghesuccio, uomo d’intelletto o di sentimento; aspirare ed espirare insieme, essere uomo o donna, conciliare libertà e ordine, istinto e spirito, non era possibile; bisognava sempre pagare l’una cosa con la perdita dell’altra e sempre l’una era altrettanto importante e desiderabile quanto l’altra!




Mi abbandono un po'
 martedì, 17 marzo 2009 17:02 commenti



L'uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov'è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest'è l'ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquìo.
L'uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.

Non c'è cosa più amara che l'alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c'è cosa più amara
che l'inutilità.
Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall'alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l'uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov'è un letto di neve. La lentezza dell'ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.

Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L'uomo solo vorrebbe soltanto dormire.

Quando l'ultima stella si spegne nel cielo,
l'uomo adagio prepara la pipa e l'accende.

Cesare Pavese, Lo Steddazzu




Sotto il potere di Dioniso
 martedì, 20 gennaio 2009 21:43 commenti




E più per questo che per altro, gli raccontai la mia fuga con i comici, gli dissi ciò che non avevo mai detto a nessuno, neppure a mia madre, a proposito di quei pochi giorni e della felicità che mi avevano dato.

"Ora, com'è possibile che non fosse bene dare e ricevere tanta felicità?" chiesi. "Quando mettemmo in scena la commedia, portammo la vita in quella cittadina. Magia, t'assicuro. Potrebbe risanare i malati, addirittura."
Scosse la testa. Sapevo che avrebbe voluto dire certe cose, ma che taceva per riguardo per me.
"Non capisci, vero?" chiesi.
"Lestat, il peccato ha sempre la parvenza del bene", mi rispose con aria seria. "Non capisci? Perché credi che la Chiesa abbia sempre condannato il teatro? È disceso da Dionisio, il dio del vino. Puoi leggerlo in Aristotele. E Dionisio era un dio che spingeva gli uomini agli stravizi. A te sembrava bene essere su quel palcoscenico perché era una cosa scatenata e illecita, l'antica riverenza al dio del vino, ti divertivi a sfidare tuo padre..."
"No, Nicki. No, mille volte no."
"Lestat, siamo complici nel peccato.", mi disse sorridendo. "Lo siamo sempre stati, siamo riprovevoli. È questo che ci lega."
Adesso era il mio turno di apparire triste e ferito. E il Momento Aureo era passato irreparabilmente... a meno che accadesse qualcosa di nuovo.
"Sì", dissi all'improvviso "Prendi il tuo violino e andiamo nella foresta, dove la musica non sveglierà nessuno. Vedremo se non esprime il bene".
"Sei pazzo" disse lui. Ma prese la bottiglia non ancora stappata e si avviò alla porta.

Lo seguii.

Quando uscì da casa sua con il violino disse "Andiamo nel luogo delle streghe! Guarda, c'è la mezzaluna! La luce non manca. Eseguiremo la danza del diavolo e suoneremo per gli spiriti delle streghe."
Risi. Dovevo essere ubriaco per acconsentire. "Riconsacreremo quel posto" insistetti "con la musica buona e pura".




Un personaggio che mi assomiglia un po'
 martedì, 16 dicembre 2008 15:47 commenti




NARRATORE
: Non ci sono uomini nella vita di Amélie. Ci ha provato un paio di volte, ma il risultato non è stato all'altezza delle sue aspettative. In compenso, coltiva un gusto particolare per i piccoli piaceri: tuffare la mano in un sacco di legumi; rompere la crosta della crème brulée con la punta del cucchiaino; e far rimbalzare i sassi sul canale Saint-Martin.

Col tempo non è cambiato nulla. Amélie continua a rifugiarsi nella solitudine. Si diverte a porsi domande cretine sul mondo o sulla città che si stende davanti ai suoi occhi. Per esempio, quante coppie in questo preciso istante stanno per avere un orgasmo?

AMELIE
: Quindici.




spegneremo il sole
 sabato, 29 novembre 2008 13:47 commenti




Cercami nei piccoli ritagli del tuo tempo
chiamami tra una parola e l'altra di un discorso
trovami per caso in ogni cosa che tu vedi
in ogni cosa che tu cerchi in ogni cosa che ami

Sorridimi per un tuo sorriso spunterà la luna
parlami per ogni tua parola sboccerà una stella
toccami che nelle tenerezze dormirà la notte
e con le tue carezze spegneremo il sole

Sognami che voglio essere per te il sereno
odiami che voglio bere tutto il tuo veleno
scacciami che voglio ardere laggiù all'inferno
prendimi che il paradiso voglio al mio ritorno

Tu non mi devi dare mai certezza nell'amore
perché nella certezza questo amore muore
perché l'amore cresce solo se fa male
ma tu non devi darmi mai il minimo dolore
perché soltanto un'ombra può spaccarmi il cuore

Stringimi che voglio avere voglia di scappare
lasciami che voglio avere voglia di tornare

Cercami come ti cerco
come io ti chiamo
come io ti amo
come amo te



Riccardo Cocciante




il mondo non sa
 lunedì, 17 novembre 2008 18:07 commenti


Ogni cosa ha la sua paura, anche il vuoto. Anche questo tratto di nebbia.

Nelle prime ore del mattino qui non si vede nulla. Il dirupo attende - senza pensiero, corrugato marmo, che il sole sorga - distogliendo ogni dubbio: non è solo. Quando il vento bercia, si sente il fruscio dell'erbetta che ne ricopre il sommo. Verde scuro, un colore pastoso ma rapido, tracciabile in poco tempo, qualcosa che si direbbe sostituibile o non necessaria; eppure c'è, nonostante la volontà astiosa dell'indefinito che trama contro. E cosa dire dell'albero storto? Della tamerice adusta che aspetta senza fiato, in silenzio, quasi contemplante l'orizzonte, un'avventuriera di legno e fibra, con seni forti e dritti come noci. L'illusione dell'eterno attendere è l'illusione del dirupo, come se il varco fosse stato disegnato per annientare un visitatore malvoluto, per annientare un'esistenza. Ma il paesaggio non può fare alcun male. Al suo sommo ha una corona di cielo, con nuvole strane, delle sciacquette oleose prive di consistenza, di sentimento e di pensiero. Si abbassano solo per coprire lo sguardo, ridendo e mostrando il loro vellutato respiro, tendendo i ricci per uno sciocco desiderio paraninfo. Non si capisce cosa vogliano dire, nonostante abbiano molte forme - queste, fantastiche e intriganti, affascinano; perché non si rivelano? Agiscono solo nella civettuola lotta contro l'azzurro. È raro trovare un colore così particolare, delicato, boffice, evanescente illusione di vanitas, per cui, quando le crudeli ninfette del cielo allungano le mani, ringhiano costatando che la luce che rimiriamo - in realtà - non esiste. Così il mondo superno si blocca, in una stasi ieratica che è quasi tumulto.

Discendendo il dirupo col rapido volo di un suicida si odono strani rumori: ululi, fischi, il suono che fa il tempo quando si schiaccia, frum frum frum. Qualcosa dev'essere impazzito. Sotto la rupe c'è un mare che si pretende oceano; basta guardarlo per convincersene. Le acque non sono chiare e limpide, le onde non sono morbide carezze che si frangono, ma terse mani che tentano di afferrarsi a qualcosa per conquistare il respiro. Attenzione signore qua si soffoca, sembrano dire. Attenzione. L'acqua è profonda e con alti dislivelli, come se da un nido di rondine si passasse a un pozzo; la corrente è forte, passionale - nonostante il suo freddo avvinghiarsi, traina su e giù e di qua e di là e ancora ancora, chiedendosi quanto le rimane da vivere. Una lamia così mordace che tutti la fuggono: nelle viscere non ha nessun amante nascosto, nessun armadio, nessun letto e nessuna sigaretta. Sporcizia le si sparge fra i capelli cobalto, fiori di campo che attraggono le alghe rossicce e gonfie, enfie galleggianti e sospette, pronte a mostrare i denti. La sabbia è poco più in qua. Molto più in là non si sa cosa ci sia.

Per sempre e per ciò che verrà dopo, mia dolce. Con queste parole la sabbia è stata abbandonata lì; anch'ella attende qualcosa: il ritorno del suo amante. E per quest'ombra, questo vagheggiamento mitico, ella rista con una devozione che è anelito, sottomissione, non avvertendo che già il suo bel corpo è stato disfatto, scorticato e disfatto, disfatto ancora, sì, con un lungo, lungo e paziente lavoro. Ma la macerazione non ha fine, è una tortura che ha fatto dell'eternità una tautologia. Ella si distende, così, tutta bagnata, con occhi e membra itterose, come se fosse una massa in cancrena, marcescente nel suo danno perpetuo. Su di lei nessuna orma, nessun percorso, solo l'ombra volgare dello pseudo-oceano che la violenta, soave, passando e sfrigolando con disgusto e malevolenza.

La rupe osserva, attonita e ferma. Non sa che qualcuno osserva lei; come una sentinella, o forse come un assassino che nasconde la lama, arroventandola come un cervello che s'arrovella. La scorge appena, invero; ma basterebbe un arco ben teso per ucciderla con lo strale, proditoriamente, lanciando un grido di conquista: ay, ay, my sir. Oltre la sabbia, oltre le agavi, appena lo sguardo si stende, quasi come se stesse coricandosi duro e lieve, come una zolla, c'è una selva fitta e folta, e tuttavia piccola. Vi sono alberi confitti, impalati, rami rigidi come le braccia orizzontali di una croce; verdi dal fusto nero, sono tutti uguali, esanimi e stanchi. Vorrebbero camminare, forse saltare, forse poter ruotare un pochino il capo, per poter curiosare intorno. Eppure non c'è modo in cui questa aspirazione possa realizzarsi. Costretti così a guardare sempre dinanzi, nella noia mortale di ciò che non muta mai, i loro occhi sono sbarrati. Un morbo lento li ha resi falle graveolenti, ricolme di pus; li ha infettati di malattie, di ascessi incurabili, finché essi, svenevoli, si sono tramutati in cicatrici ricoperte da croste. Così sono nate le cortecce. Ai piedi di tale spettacolo che oramai non desta alcuno scalpore, si distende un mantello che è una plaga di fiori. O forse, una piaga: con le loro piccole radici succhiano come vampiri il cibo del suolo, sfinendolo. Per tale ragione la loro corolla è rossa, e vivono perenni: nessuno ricorda più il loro nome, per cui saranno chiamati senzanome. Il loro sanguinoso ricordo è splendido, ma vuoto.

Cosa potremo mai affermare a riguardo? Uno scarafaggio tenta d'impossessarsi del segreto, silenziosamente infiltrando le picee zampette fra gli steli; ma inciampa e cade, rimanendo scioccamente con la corazza che si ferisce e che si umilia al suolo. Pare che stia pregando, affogando; forse rinasce, forse muore per sempre. Le nuvole, disgustate, si ritraggono, vagellando di storie inutili: come se la vita non potesse far altro che morire: non per niente è vita.

In tutto questo il vento ha detto che ritornerà quando potrà condurre i semi fecondi, i pollini dei fiori. Il ponente di adesso è solo una forza scavata, devastante, che non ha insegnamento né morale.

Il mondo cospira silenziosamente contro di lui, sperando che muoia; si tratta di un pensiero che uccide. Nessun atto di ribellione. Il mondo, d'altronde, nella sua sopportazione, è inutile. Il paesaggio s'involve, come un desiderio che è un foglio di carta, il quale è stato lasciato scolorire al sole per troppo tempo: nessuno si ricorda più che cosa era, perché era. Tutto è abbandono, tutto è stato abbandonato; a sé, all'altro che trionfa e si annienta, al paesaggio, al mondo che, semplicemente, non sa.

 

 

VLB




chi guarda più il sole?
 mercoledì, 29 ottobre 2008 22:42 commenti


Uomo
Tu hai guardato il fiore più triste più cupo di tutti i fiori sulla terra
E come agli altri fiori tu gli hai dato un nome
L'hai chiamato Viola del Pensiero.
Viola del Pensiero
Era come si dice azzeccato
Ben pensato
E quei brutti fiori che non vivono e non sfioriscono mai
Tu li hai chiamati sempreverdi...
Era ben fatto per loro...
Ma il lillà l'hai chiamato lillà
Lillà è il nome che ci va
Lillà... lillà...
alle margherite hai dato un nome di donna
Oppure alle donne hai dato un nome di fiore
E' la stessa cosa.
L'essenziale era che fosse bello
Piacevole anche quello...
Infine hai dato un nome semplice a ogni fiore semplice
E il più grande e più bello
Quello che spunta dritto sullo strame della miseria
Quello che s'erge accanto a vecchie molle arrugginite
Accanto a vecchi cani fradici
Accanto a vecchi materassi sfondati
Accanto a baracche dove vivono gli affamati
Quel fiore così vivo
Tutto giallo e splendente
Quello che i botanici chiamano Elianto
Tu l'hai chiamato girasole
... Sole... Ahimè! ahimè! ahimè e mille volte ahimè!
Chi guarda il sole, dimmi
chi guarda il sole?
Più nessuno guarda il sole
Gli uomini sono diventati quel che sono diventati
Uomini intelligenti...
Con un fiore canceroso tuberoso e meticoloso all'occhiello
Camminano con gli occhi rivolti a terra
E pensano al cielo
Pensano... Pensano... non la smettono di pensare...
Non possono più amare i veri fiori vivi
Amano i fiori appassiti i fiori secchi
I sempreverdi e le viole del pensiero
E camminano nel fango del passato nel fango del rimpianto...
Si trascinano
A stento
Nelle paludi del tempo andato
E trascinano... trascinano le loro catene
E strascicano i piedi a passo cadenzato...
A fatica vanno avanti
Reclusi nei loro campi elisi
E cantano a squarciagola una canzone di morte
Sì cantano
A squarciagola
Ma tutta la parte morta nella loro testa
Per nulla al mondo la getterebbero via
Perché suvvia
Nel loro capo
Cresce il fiore sacro
Il brutto fiore rinsecchito
Il fiore malaticcio
Il fiore inacidito
Il fiore sempre avvizzito
Il fiore personale...
... di quel Pensiero particolare...


Jacques Prévert




ciò che si confà ad un uomo
 domenica, 26 ottobre 2008 19:01 commenti (1)


MACBETH - Non andremo oltre in questa storia.
Mi ha appena coperto d'onori, ho acquistato
stima d'oro presso tutti, e questo vestito
dovrei portarlo indosso nuovo di zecca
non buttarlo così presto.


LADY MACBETH - Dunque era ubriaca
la speranza che ti vestiva? Da allora
ha dormito? E ora si sveglia a guardare
così verde e pallida
ciò che fece con slancio? Da ora in poi
giudico così il tuo amore. Hai paura
di essere nei tuoi atti e nel valore
ciò che sei nel desiderio? Vorresti avere
ciò che stimi la corona della vita,
e vivere da vile ai tuoi stessi occhi
accoppiando il «non oso» col «vorrei»
come il povero gatto della favola?


MACBETH - Pace, pace.
Io oso tutto ciò che si confà
a un uomo
; chi osa di più non lo è.


LADY MACBETH - E allora
quale bestia t'ha fatto svelarmi il tuo progetto?
Quando osavi attuarlo, allora eri uomo;
e fossi di più ciò che eri, allora saresti
tanto più uomo. Né tempo né luogo
erano propizi allora, tu li volevi tali.
Lo sono diventati da sé, e questo adesso
ti abbatte. Io ho allattato, e conosco
com'è tenero amare il bimbo che mi succhia.
Ma mentre mi guardava sorridente
avrei strappato il capezzolo dalle gengive nude
e avrei fatto schizzare quel cervello
se l'avessi giurato, come tu
hai giurato.

 

Lady Macbeth

 


 

 




Nessun sogno è mai solamente un sogno
 lunedì, 20 ottobre 2008 22:21 commenti




Alice: Milioni di anni di evoluzione, vero? Vero? Mentre gli uomini si preoccupano di infilarlo dovunque possono, le donne devono solo pensare alla stabilità della famiglia, alla fedeltà coniugale e a chissà quali altre cazzate.
Bill: Un concetto troppo semplificato, Alice, ma di sicuro è qualcosa del genere.
Alice: Se invece voi uomini solo sapeste...


Stanley Kubrik, Eyes Wide Shut




Ti sembrerò una donna da niente
 lunedì, 13 ottobre 2008 19:12 commenti


Ti sembrerò nostalgica
metereopatica quanto basta
Ti sembrerò una donna da niente
facili lacrime poca pazienza

Comprendere che sono un pezzo di marmo
la noia devasta la volontà di cambiare

Dovrei rivalutare tutto dal principio
trovare la forza e l'audacia per farlo
so già che
per un momento sarà pieno inverno
per un momento sarà pieno inverno

Ti sembrerò incoerente
poco affidabile inconsistente
ti sembrerò un'emerita idiota
facili entusiasmi improvvisi avvilimenti

Domandami ancora una volta se piango
se ogni equilibrio si è rotto nuovamente

Dovrei rivalutare tutto dal principio
trovare la forza e l'audacia per farlo
so già che
per un momento sarà pieno inverno
per un momento sarà pieno inverno
Dovrei rivalutare tutto dal principio
trovare la forza e l'audacia per farlo
so già che
per un momento sarà pieno inverno
per un momento sarà pieno inverno

Sento che non ho un sostegno sicuro forse prima o poi perderò l'amore
per le piccole cose
l'odore di un novembre che muore

Ti sembrerò nostalgica…




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Ink

RAYMOND: Allora è l'altro, il tizio che alza la mano.
AMELIE: Sì.
RAYMOND: Ah... E lei è innamorata di lui.
AMELIE: Sì.
RAYMOND: Ah... Beh, credo sia venuto il momento per lei di correre davvero il rischio.
AMELIE: Ci sta pensando. Sta escogitando uno stratagemma...
RAYMOND: A lei piacciono molto, ah, gli stratagemmi.
AMELIE: Sì.
RAYMOND: In effetti è un po' vigliacca. Credo sia per questo che non riesco ad afferrare il suo sguardo.

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