Era una cosa terribile esser burlati così dalla vita, c’era da riderne e da piangerne! O si viveva lasciando giocare i propri sensi, succhiando perdutamente al petto dell’antica Madre Eva: e allora si gustavano bensì piaceri sublimi, ma nulla salvava dalla caducità; si era allora come un fungo nel bosco, oggi rigoglioso e di colori vivaci, domani marcito. Oppure si cercava di difendersi, ci si chiudeva nell’officina e ci si sforzava di costruire un monumento alla vita fugace: e allora bisognava rinunciare alla vita, allora non si era più che strumenti, allora si serviva bensì all’immortalità, ma intanto ci s’inaridiva e si perdeva la libertà, la pienezza, la gioia della vita.
Ah, eppure questa vita aveva un senso soltanto se l’uno e l’altro scopo si potevano raggiungere, se non c’era questa scissione provocata da un arido aut aut! Creare, ma non a prezzo della vita! Vivere, ma senza rinunciare alla nobiltà della creazione! Non era dunque possibile?
Forse c’erano uomini a cui era possibile. Forse c’erano mariti e padri di famiglia, che serbando la fedeltà non perdevano il piacere dei sensi? Forse c’erano sedentari, a cui la mancanza di libertà e di pericolo non faceva inaridire il cuore? Forse. Egli non ne aveva visti ancora.
Pareva che tutta l’esistenza fosse basata sulla duplicità, sul contrasto: donna o uomo, vagabondo o borghesuccio, uomo d’intelletto o di sentimento; aspirare ed espirare insieme, essere uomo o donna, conciliare libertà e ordine, istinto e spirito, non era possibile; bisognava sempre pagare l’una cosa con la perdita dell’altra e sempre l’una era altrettanto importante e desiderabile quanto l’altra!
L'uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov'è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest'è l'ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquìo.
L'uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.
Non c'è cosa più amara che l'alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c'è cosa più amara
che l'inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall'alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l'uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov'è un letto di neve. La lentezza dell'ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.
Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L'uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l'ultima stella si spegne nel cielo,
l'uomo adagio prepara la pipa e l'accende.
E più per questo che per altro, gli raccontai la mia fuga con i comici, gli dissi ciò che non avevo mai detto a nessuno, neppure a mia madre, a proposito di quei pochi giorni e della felicità che mi avevano dato.
"Ora, com'è possibile che non fosse bene dare e ricevere tanta felicità?" chiesi. "Quando mettemmo in scena la commedia, portammo la vita in quella cittadina. Magia, t'assicuro. Potrebbe risanare i malati, addirittura."
Scosse la testa. Sapevo che avrebbe voluto dire certe cose, ma che taceva per riguardo per me.
"Non capisci, vero?" chiesi.
"Lestat, il peccato ha sempre la parvenza del bene", mi rispose con aria seria. "Non capisci? Perché credi che
"No, Nicki. No, mille volte no."
"Lestat, siamo complici nel peccato.", mi disse sorridendo. "Lo siamo sempre stati, siamo riprovevoli. È questo che ci lega."
Adesso era il mio turno di apparire triste e ferito. E il Momento Aureo era passato irreparabilmente... a meno che accadesse qualcosa di nuovo.
"Sì", dissi all'improvviso "Prendi il tuo violino e andiamo nella foresta, dove la musica non sveglierà nessuno. Vedremo se non esprime il bene".
"Sei pazzo" disse lui. Ma prese la bottiglia non ancora stappata e si avviò alla porta.
Lo seguii.
Quando uscì da casa sua con il violino disse "Andiamo nel luogo delle streghe! Guarda, c'è la mezzaluna! La luce non manca. Eseguiremo la danza del diavolo e suoneremo per gli spiriti delle streghe."
Risi. Dovevo essere ubriaco per acconsentire. "Riconsacreremo quel posto" insistetti "con la musica buona e pura".
Ogni cosa ha la sua paura, anche il vuoto. Anche questo tratto di nebbia.
Nelle prime ore del mattino qui non si vede nulla. Il dirupo attende - senza pensiero, corrugato marmo, che il sole sorga - distogliendo ogni dubbio: non è solo. Quando il vento bercia, si sente il fruscio dell'erbetta che ne ricopre il sommo. Verde scuro, un colore pastoso ma rapido, tracciabile in poco tempo, qualcosa che si direbbe sostituibile o non necessaria; eppure c'è, nonostante la volontà astiosa dell'indefinito che trama contro. E cosa dire dell'albero storto? Della tamerice adusta che aspetta senza fiato, in silenzio, quasi contemplante l'orizzonte, un'avventuriera di legno e fibra, con seni forti e dritti come noci. L'illusione dell'eterno attendere è l'illusione del dirupo, come se il varco fosse stato disegnato per annientare un visitatore malvoluto, per annientare un'esistenza. Ma il paesaggio non può fare alcun male. Al suo sommo ha una corona di cielo, con nuvole strane, delle sciacquette oleose prive di consistenza, di sentimento e di pensiero. Si abbassano solo per coprire lo sguardo, ridendo e mostrando il loro vellutato respiro, tendendo i ricci per uno sciocco desiderio paraninfo. Non si capisce cosa vogliano dire, nonostante abbiano molte forme - queste, fantastiche e intriganti, affascinano; perché non si rivelano? Agiscono solo nella civettuola lotta contro l'azzurro. È raro trovare un colore così particolare, delicato, boffice, evanescente illusione di vanitas, per cui, quando le crudeli ninfette del cielo allungano le mani, ringhiano costatando che la luce che rimiriamo - in realtà - non esiste. Così il mondo superno si blocca, in una stasi ieratica che è quasi tumulto.
Discendendo il dirupo col rapido volo di un suicida si odono strani rumori: ululi, fischi, il suono che fa il tempo quando si schiaccia, frum frum frum. Qualcosa dev'essere impazzito. Sotto la rupe c'è un mare che si pretende oceano; basta guardarlo per convincersene. Le acque non sono chiare e limpide, le onde non sono morbide carezze che si frangono, ma terse mani che tentano di afferrarsi a qualcosa per conquistare il respiro. Attenzione signore qua si soffoca, sembrano dire. Attenzione. L'acqua è profonda e con alti dislivelli, come se da un nido di rondine si passasse a un pozzo; la corrente è forte, passionale - nonostante il suo freddo avvinghiarsi, traina su e giù e di qua e di là e ancora ancora, chiedendosi quanto le rimane da vivere. Una lamia così mordace che tutti la fuggono: nelle viscere non ha nessun amante nascosto, nessun armadio, nessun letto e nessuna sigaretta. Sporcizia le si sparge fra i capelli cobalto, fiori di campo che attraggono le alghe rossicce e gonfie, enfie galleggianti e sospette, pronte a mostrare i denti. La sabbia è poco più in qua. Molto più in là non si sa cosa ci sia.
Per sempre e per ciò che verrà dopo, mia dolce. Con queste parole la sabbia è stata abbandonata lì; anch'ella attende qualcosa: il ritorno del suo amante. E per quest'ombra, questo vagheggiamento mitico, ella rista con una devozione che è anelito, sottomissione, non avvertendo che già il suo bel corpo è stato disfatto, scorticato e disfatto, disfatto ancora, sì, con un lungo, lungo e paziente lavoro. Ma la macerazione non ha fine, è una tortura che ha fatto dell'eternità una tautologia. Ella si distende, così, tutta bagnata, con occhi e membra itterose, come se fosse una massa in cancrena, marcescente nel suo danno perpetuo. Su di lei nessuna orma, nessun percorso, solo l'ombra volgare dello pseudo-oceano che la violenta, soave, passando e sfrigolando con disgusto e malevolenza.
La rupe osserva, attonita e ferma. Non sa che qualcuno osserva lei; come una sentinella, o forse come un assassino che nasconde la lama, arroventandola come un cervello che s'arrovella. La scorge appena, invero; ma basterebbe un arco ben teso per ucciderla con lo strale, proditoriamente, lanciando un grido di conquista: ay, ay, my sir. Oltre la sabbia, oltre le agavi, appena lo sguardo si stende, quasi come se stesse coricandosi duro e lieve, come una zolla, c'è una selva fitta e folta, e tuttavia piccola. Vi sono alberi confitti, impalati, rami rigidi come le braccia orizzontali di una croce; verdi dal fusto nero, sono tutti uguali, esanimi e stanchi. Vorrebbero camminare, forse saltare, forse poter ruotare un pochino il capo, per poter curiosare intorno. Eppure non c'è modo in cui questa aspirazione possa realizzarsi. Costretti così a guardare sempre dinanzi, nella noia mortale di ciò che non muta mai, i loro occhi sono sbarrati. Un morbo lento li ha resi falle graveolenti, ricolme di pus; li ha infettati di malattie, di ascessi incurabili, finché essi, svenevoli, si sono tramutati in cicatrici ricoperte da croste. Così sono nate le cortecce. Ai piedi di tale spettacolo che oramai non desta alcuno scalpore, si distende un mantello che è una plaga di fiori. O forse, una piaga: con le loro piccole radici succhiano come vampiri il cibo del suolo, sfinendolo. Per tale ragione la loro corolla è rossa, e vivono perenni: nessuno ricorda più il loro nome, per cui saranno chiamati senzanome. Il loro sanguinoso ricordo è splendido, ma vuoto.
Cosa potremo mai affermare a riguardo? Uno scarafaggio tenta d'impossessarsi del segreto, silenziosamente infiltrando le picee zampette fra gli steli; ma inciampa e cade, rimanendo scioccamente con la corazza che si ferisce e che si umilia al suolo. Pare che stia pregando, affogando; forse rinasce, forse muore per sempre. Le nuvole, disgustate, si ritraggono, vagellando di storie inutili: come se la vita non potesse far altro che morire: non per niente è vita.
In tutto questo il vento ha detto che ritornerà quando potrà condurre i semi fecondi, i pollini dei fiori. Il ponente di adesso è solo una forza scavata, devastante, che non ha insegnamento né morale.
Il mondo cospira silenziosamente contro di lui, sperando che muoia; si tratta di un pensiero che uccide. Nessun atto di ribellione. Il mondo, d'altronde, nella sua sopportazione, è inutile. Il paesaggio s'involve, come un desiderio che è un foglio di carta, il quale è stato lasciato scolorire al sole per troppo tempo: nessuno si ricorda più che cosa era, perché era. Tutto è abbandono, tutto è stato abbandonato; a sé, all'altro che trionfa e si annienta, al paesaggio, al mondo che, semplicemente, non sa.
VLB
MACBETH - Non andremo oltre in questa storia.
Mi ha appena coperto d'onori, ho acquistato
stima d'oro presso tutti, e questo vestito
dovrei portarlo indosso nuovo di zecca
non buttarlo così presto.
LADY MACBETH - Dunque era ubriaca
la speranza che ti vestiva? Da allora
ha dormito? E ora si sveglia a guardare
così verde e pallida
ciò che fece con slancio? Da ora in poi
giudico così il tuo amore. Hai paura
di essere nei tuoi atti e nel valore
ciò che sei nel desiderio? Vorresti avere
ciò che stimi la corona della vita,
e vivere da vile ai tuoi stessi occhi
accoppiando il «non oso» col «vorrei»
come il povero gatto della favola?
MACBETH - Pace, pace.
Io oso tutto ciò che si confà
a un uomo; chi osa di più non lo è.
LADY MACBETH - E allora
quale bestia t'ha fatto svelarmi il tuo progetto?
Quando osavi attuarlo, allora eri uomo;
e fossi di più ciò che eri, allora saresti
tanto più uomo. Né tempo né luogo
erano propizi allora, tu li volevi tali.
Lo sono diventati da sé, e questo adesso
ti abbatte. Io ho allattato, e conosco
com'è tenero amare il bimbo che mi succhia.
Ma mentre mi guardava sorridente
avrei strappato il capezzolo dalle gengive nude
e avrei fatto schizzare quel cervello
se l'avessi giurato, come tu
hai giurato.
Lady Macbeth
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Svegliarmi la mattina. Andare a scuola. E tutto ciò che ne deriva, come la matematica e gli idioti. Odio tutte quelle cose di me che vorrei cambiare, il sentirmi inadeguata.
Ink
RAYMOND: Allora è l'altro, il tizio che alza la mano. AMELIE: Sì. RAYMOND: Ah... E lei è innamorata di lui. AMELIE: Sì. RAYMOND: Ah... Beh, credo sia venuto il momento per lei di correre davvero il rischio. AMELIE: Ci sta pensando. Sta escogitando uno stratagemma... RAYMOND: A lei piacciono molto, ah, gli stratagemmi. AMELIE: Sì. RAYMOND: In effetti è un po' vigliacca. Credo sia per questo che non riesco ad afferrare il suo sguardo.
Sounds
Marlene Kuntz, Yann Tiersen, Jeff Buckley, Beatles, Agua de Annique, Nightwish, Giardini di Mirò, Porcupine Tree, Fabrizio de André, Sonata Arctica, Danny Elfman, Klimt 1918, Pink Floyd, L'Aura, Muse, Carmen Consoli, Within Temptation, Novembre, Skunk Anansie ed altri...
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Il Favoloso Mondo di Amelie, La Sposa Cadavere, The Nightmare Before Christmas, Amami se hai Coraggio, Il Giardino delle Vergini Suicide, V per Vendetta, Stardust, Un'Ottima Annata, L'Attimo Fuggente, Vi Presento Joe Black, Fight Club. Intervista col Vampiro. The Hours. Breakfast on Pluto. Lista in aggiornamento.
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